Sono venuto a conoscenza del metodo Bertelé un po’ per caso…una fisioterapista da cui ero stato dopo un infortunio mi aveva “illuminato” parlandomi di una dottoressa innovativa e mi aveva consigliato di leggere i suoi libri. Allora ero un calciatore dilettante con un passato da atleta agonista di discreto livello. Il mio mondo gravitava attorno allo sport: mi allenavo costantemente e lavoravo come preparatore atletico in diverse società sportive, facevo l’assistente bagnanti, collaboravo con una ONLUS nel portare giovani e adulti diversamente abili in piscina.
Da “buon sportivo” (e lo scrivo ironicamente) non davo la giusta importanza ai segnali di allarme che ricevevo quando il mio corpo si affaticava e di frequente subivo stiramenti, strappi, contratture, blocchi muscolari che condizionavano le mie prestazioni per diverso tempo.
Durante il corso di formazione mi sono trovato a dover mettere in discussione parte delle nozioni apprese in ambito universitario; ho imparato ad osservare il corpo nella sua globalità, a non focalizzare la mia attenzione sul muscolo inteso come singola unità, ma a considerarlo all’interno di una catena muscolare. Ho capito che un potenziamento scriteriato o scorretto favorisce limitazioni nella prestazione sportiva; ho compreso che non bisogna dare troppa importanza agli addominali scolpiti o ai pettorali definiti perché ciò che conta in realtà è l’armonia tra i vari distretti muscolari e la loro elasticità; ho dedotto che un buon sportivo per potersi ritenere tale deve saper dialogare profondamente con il proprio corpo e per raggiungere l’obiettivo deve necessariamente sviluppare una propriocezione ottimale. Ho scoperto che il trattamento Bertelé aiuta a eliminare gradualmente le tensioni del muscolo senza intaccarne il tono. Ho appurato che se si è in grado di riportare tutti i concetti appena citati all’interno di una preparazione atletica si può favorire una crescita prestazionale adeguata riducendo al minimo gli infortuni e gli eventuali tempi di recupero.